26/12/2004
E fate vedere sti pollici!
Domani si parte. Per un paesino inculato in una valle grossa uno sputo, che in questo periodo dell'anno prende sole per qualche minuto se tutto va bene, che è alla totale mercè del Monte Bianco - che si stuferà presto di avere addosso troppe formichine boriose che vanno a prendere freddo e a veder la mmmerd de glace (gentilmente soprannominata così da qualsiasi italiano capiti nel raggio di qualche chilometro. e vaffanculo le kappa). Un paesino cazzuto che si crede molto più grosso di quel che è in realtà. Tipo i pincher. quei cagnetti assolutamente odiosi, dobermann tascabili e forse più fastidiosi. Un paesino cazzuto dove dopotutto continuo a tornare. E questo si chiama sputare nel piatto dove si mangia.
Domani si parte e non vedo l'ora. Quietamente, stavolta.
Sono stata presa da un momento di amarcord, ripensando a un po' di cose da un po' di tempo a questa parte. Volevo lasciarvele come raccontino immenso per questi giorni. Mi sono accorta di non essere capace di scrivere una cosa che superi la cartella singola, massimo due. Per ora è interrotto a metà, il resto chissà. Magari arriva dopo. Come tutto quanto.
Perchè ho ripensato a quest'anno e...
e come adesso, non riesco ad esprimerlo, tutto quello che sento dentro. Perchè forse è troppo grande per me che sono ancora piccola, piccola, co-oosì!
è ora di andare a scegliere cosa mettere nei prossimi giorni, cercando di non dimenticarsi le calze come la volta scorsa, e la musica, la musica stasera. o domani mattina.
E poi vado a prendere l'ultimo tè dell'anno.
E mentre non ci sono, fatevi il vostro гла́сность, alzatevi e spaccate un po' il culo, dai. così poi me lo raccontate.ROCK!
anzi, YO!
* * *
Ieri parlando con lara si è toccata la necessità di tornare a scrivere
Già.
Non scrivo da un sacco.
Troppo.
Mi sento tarantata. È come se avessi m ille parole nelle vene dei polsi che premono per essere sputate fuori e appoggiate anche non troppo delicatamente su un foglio, pigiate sui tasti e visualizzate in questo scialbo foglio word.
E devo fare in fretta a scrivere prima che passi.
Il vero ispirato non è mai ispirato, lo è sempre.
Cazzo, è vero.
Io non lo so. Ma certe volte, specie ultimamente, avrei così tante cose da scrivere da occupare giornate intere. Ma non lo faccio, perché in primo luogo sono pigra, in secondo di certe cose si è gelosi in senso buono, le si vuole tenere per sé perché non si ha bisogno di parole per spiegarsele e perché messe in poche parole potrebbero perdere di fascino o non essere comprese appieno dagli altri, quei destinatari maledetti per cui, dici, non hai alcuna attenzione, ma in realtà sono il sfottuto presupposto per l’esistenza della tua comunicazione. Non si lanciano messaggi a vuoto, anche i fuochi d’artificio sono fatti perché qualcuno li veda, sotto dove cadono i pezzi di cartone bruciato e le scintille, o in fondo alla valle. E come il blog, che io avevo iniziato dicendomi “è un esercizio per me” io che sei mesi prima prendevo i miei sonori quattro al cinque nei temi; poi è diventato un “mi esercito ad avere un pubblico” adesso è un checazzonesò.
È il ventisei di dicembre e mi sento scossa. Nel senso che sento davvero le parole che reclamano la loro legittimità e il diritto ad essere scritte, ad essere scorse da altri occhi.
Facci uscire, ‘catròia!
È il ventisei di dicembre, domani si parte per la montagna, e io sento di dovere almeno qualche riga a quest’anno che se ne va. Stando alle convenzioni.
Perché è vero che l’anno nuovo inizia a settembre e finisce quando uno se la sente.
Perché per me quest’anno –o questo anno e mezzo - è stato qualcosa di speciale.
E lo so perché se ci ripenso mi viene un sorriso oceanico, e non mi basta più la mia cassa toracica, e c’è qualcosa lì tra la mandibola e l’orecchio che fa festa.
Ho una nuova vita, che non sembra altro che il naturale proseguimento di quella prima, e poche righe per farlo, ventisei lettere da combinare nei modi più strani, ma pur sempre limitati, infinitamente limitati, e un vocabolario che sarà sempre meno assortito di quanto potrebbe. E va bene così.
Penso alla battaglia del lago Regillo.
Che se avessero vinto i Latini, ora sarebbe tutto quanto diverso.
…un po’ come qualsiasi altra cosa, no? Però ognuno ha i suoi paletti, io ho la battaglia del lago Regillo. E perché non quella di Maratona, e perché non quella di Sebastopoli, o l’incidente di Fashoda. O perché no, Roncisvalle.
Ho un meraviglioso background da scientifico, e tutt’altro che freddo. E mi diverto a pensare a questo “tutto” che già rinchiuso in una parola così corta fa spavento, questo “tutto” che è molto più del “tutto” che possiamo immaginare io e voi messi insieme – molto più di tutte le relazioni e le coincidenze del quartiere, della scena, della città, dell’europa: TUTTO, ma proprio tutto tutto tutto – mi diverto a pensarlo come un giga-tera-mega-ntesto (testo? Ehehe) diagramma ad albero. Più fitto che mai. Forse così fitto che alla fine sarebbe giustificabile cercare di calcolarne la densità, così fitto da essere una sola cosa splendidamente unita.
Io lo so perché ho scelto la battaglia del lago Regillo come paletto, ma questo è un altro discorso.
Determinismo? No, affatto. Puro caso. Meravigliosamente a caso.
Tengo sempre in random anche il lettore di mp3 quando sono fuori, lo stereo quando sono dentro (e comunque fuori) anche per una questione di morale. Una specie di adeguamento al Fatum. O di somiglianza, o di sentimento panico: io come te.
E Seneca, non ho ancora deciso se è un grande, o un grande mediocre, o un grande cretino.
Insomma, non è il caso di rimettere al caso la propria fortuna, non è lasciare che le cose avvengano senza metterci becco, non è fare di tutto perché avvenga qualcosa di preciso, non c’è niente di predeterminato, almeno adesso mi sembra così: e in questo momento mi sembra carino pensare che sia tutto non-determinato finchè non accade, e solo allora si materializza ed eccolo lì per un istante, poi rientra a far parte di un altro tipo di non-determinato, l’in-determinato – una distesa di paletti, ancora. Non è lasciarsi nelle mani di un qualune destino ammesso che ci sia, e non è affannarsi per costruirlo da sé. E allora cos’è? In tutta sincerità non lo so. Una decina di parole fa ho sperato di scoprirlo con queste ultime due parole, ma si vede che non è ancora tempo. Forse è collaborazione, ma non saprei dire.
E anche questo è un altro discorso.
Non sto quindi dicendo che era destino che sarebbe andata così – è andata così e basta. E ne sono contenta. E non so quanto sia giusto chiedersi se sia stato un caso, quanto ci abbia messo io del mio, quanto sia stato per te, per te e anche per te. Sì, tu. E per questo e quello e quell’altro. È bello e basta.
E se sto girando così intorno, è perché sta tornando quella specie di istinto a tenere tutto per sé – come dire – sono fatti miei, per me non ho bisogno di parole, le parole sono solo un contorno colorato per cercare di farsi capire dagli altri, non sono così strettamente necessarie. E voi cosa volete da me, magari. Anche quello – però io sono contenta quando qualcuno mi racconta di sé perché ha voglia di farlo, e così eccomi qui. A cercare di cambiare tendenza in cinque righe. Mentre il tarantismo si affievolisce un po’, rimane l’elettricità sul collo, quella giusta per avere magari delle trovate buone per raccontare cose normali senza essere troppo noiosi.
Senza cercare di essere essenziali, prendendosi, volendo, la libertà di sbrodolare un po’. Addosso.
Io amo l’essenzialità. Perché certe persone riescono (e non “sanno”, perché è qualcosa che hanno dentro, non che hanno imparato) a dirti un sacco di cose e lo fanno con poche parole cariche cariche come un bastimento di..? e io non posso che ammirarle, un po’ invidiarle, e innamorarmi di loro. Ci sono persone che hanno questo dono, di riuscire a raccontarti un acquazzone in una sola goccia.
Io no. Mi perdo, perdo fili e intrico i bandoli delle matasse per lasciarli lì, dopo averci dato un’occhiata ed essermi compiaciuta di come sono venuti fuori. E se riesco ad arrivare a un punto mi fermo a festeggiare.
I miei migliori saluti, questo è un bel discorso ma non è quello che mi ero ripromessa di dire. Mettiamo dei paletti e sediamocici (bello, no?) sopra. Facciamo che vi racconto davvero quello che volevo, o che ci provo e questo basta.
Il problema di fondo è sempre il “da dove partire”. Sarebbe bello partire da qua dove sono adesso – davanti al computer che mi ero rifiutata di tenere in camera, un anno e mezzo fa, e che nelle foto di fine quarta liceo, infatti, non compare. Perché quest’ultimo capitolo, a conti fatti, parte proprio da lì. Volendo essere precisi al millimetro, da un concerto al rolling e i togaparty on-stage, e da una domenica pomeriggio quando mi salì la febbre a 39 quando dovevo andare in saletta “ma non è così che si fa musica contaminata”, e un’e-mail.
Tra parentesi, ( odio internet per quello che mi ha permesso di fare).
Devo essere sincera con il mio alla-fine-pubblico: i tamburelli continuano a suonare, ma il veleno se ne è già ito – e sto scrivendo a singhiozzo, proprio adesso. Un pugno di righe qui, e poi un’occhio e anche l’altro su un diario che ha deciso di non raccontarsi più. Un diario di quando io non c’ero. E se ci penso un attimo so anche dov’ero, a grandi linee: in inverno andavo al cantiere e al Transilvania per il gusto di tornare a piedi da Lotto, io e noi quattro, in primavera uscivo per sport con uno che usciva con i sandali in città, L’ESTATE A LONDRA, l’autunno non me lo ricordo bene, e poi i Marysun si erano sciolti. Ho un animo da spia, e nello spiare il passato degli altri c’è un che di morboso, e forse una speranza di capirli di più adesso, quando forse è solo una perdita di tempo. Ho apprezzato la scelta di Matteo, per esempio, di non leggere i miei vecchi esposti.
Un’e-mail, dicevo.
Al batterista dei Togaparty che qualche giorno prima, dopo l’intervallo, era corso nella classe a fianco alla mia, che ora cito e dico:
“Essì, è proprio lui!”
Filippo – piantiamo anche questo di paletto, e ben saldo a terra: perché posso cercare di ripercorrere la frazione di diagramma che porta la mia storia fino a qua, ma il calcolo di come sarebbe potuto andare tutto se-non è un po’ troppo complicato, in matematica si cerca di essere eleganti ed essenziali, perciò tre puntini e lasciamo stare come sarebbe stato se.
La ragazza che si veste da skater, eccola qui ancora con quel paio di jeans appena comprati in Francia e la maglietta gialla islandese anche quella presa in Francia, che andava in giro dicendo che la Francia le faceva anche un po’ schifo.
Ho tenuto i tre dischi degli Strung Out da marzo a giugno, li ho ascoltati fino a saperli a memoria tutti quanti, e intanto deciso di lasciare una volta per tutte le future star dello skaccolarsi.
Ho fatto lo spettacolo teatrale più figo di sempre, e la mattina dopo l’inizio dell’estate sono partita.
E vedete che anche qui sto perdendo il filo? Non è la storia di questi ultimi mesi che voglio raccontare, né l’elenco dei concerti che ho visto da allora –tanto più che fa ridere i polli.
Ho scritto tre pagine e non sono altro che parole buttate lì senza arrivare al punto. Aspetto un po’.
Poi alzo lo sguardo e guardo fuori dalla finestra il cielo bianco – e vediamo se riesco ad essere precisa.
* * *
Nessun buon motivo per riprendere, cerco di riprendermi e di puntare l’obiettivo non su di me ma su questo benedetto anno che stavo cercando di raccontare.
Che poi non voglio proprio raccontarlo.
Queste pagine banalmente e socio-culturalmente-costruite-di-conseguenza video-scritte sono partite con una scossa. Adesso infilo due dita nella presa più vicina e vediamo.
E mi sento sempre di più Dante in paradiso.
Mannaggia al clero.
Non raccontiamoci bugie, qualsiasi cosa si butti giù è sempre scrivere di sé. Lasciare qua e là delle briciole perché qualcuno le raccolga e arrivi a noi, prima o poi. Anche se non ce lo diciamo, anche se facciamo finta di niente.
Alza il volume, vedi se riesci a non sentire il resto e a riconoscere l’unica voce che vale la pena di cantare proprio adesso.
Credo che urli. O che “abbài”, come dice Mamma, che la musica la ascolta da qualche stanza di distanza. E che da lì suona davvero diversa. Ho il bagno di fronte a camera mia, e se tengo lo stereo acceso anche quando sono lì ogni tanto mi capita, di sentire canzoni diverse. Che sembrano assolutamente sconnesse con la batteria che va per cazzi suoi e le chitarre fuori tempo. Poi ci fai caso e sono canzoni anche fighe. Che non sentirai mai più, però.
* * *
Abbassa il volume, che suona il telefono. Ed è Lara.
Che poi volevo parlare anche di lei. Hai ragione, è bello cercare di tirare le somme di un anno che è stato tutto questo. Ma è possibile farlo in un pomeriggio soltanto?
Sì, anzi forse in un tempo minore. e minore è meglio sarà.
Giuro che adesso lo faccio.
Davvero.
* * *
(Pausa tè)
* * *
La notte porta consiglio, dicono. Boh, insomma. La notte porta alcune cose, oltre il buio – i consigli qualche volta. Io speravo di riuscire ad accendere questo aggeggio di computer, stanotte, e di finire di scrivere. Poi però risulta che il suddetto apparecchio si trova vicino alla camera dei genitores dormientes, e visto il rumore da ruspa che emette allora niente. La “notte” che è diventata un concetto del tutto relativo.
Perché è vero che è la rivincita delle piccole cose e che se cade uno spillo, di notte, il rumore sembra molto più forte. Ed è così che poche parole sussurrate da lontano suonano come se fossero proprio lì, accanto al tuo orecchio mentre fai finta di dormire e invece le aspetti con un occhio aperto e uno chiuso. Perché non c’è niente di più reale di quel tuo sogno che porti avanti. O perlomeno ci provi.
Quindi non scrivo a casaccio, due canzoni e poi a letto.
E adesso sono di nuovo qua a cercare di capire come voglio dirvi quello che penso. Siccome non c’è mai un solo modo per dirlo. E non sto tanto a curarmi della statura della probabilità contestuale. Qui non si tratta di dire cose banali ma con pirotecnìa, né di semplificare stelle con stalle, niente di tutto questo.
Quello che non voglio è finire a scrivere un elenco di fatti cose e persone. O meglio, non un elenco e basta. Non è carino e nemmeno più facile. L’elenco delle persone che ho conosciuto, dei discorsi che ho fatto, dei concerti che ho visto e chi ha suonato e quando e dove, le volte che ho sor-riso fino alla paresi e quelle che avrei spaccato il mondo a cubetti, i dischi che non ho comprato, le volte che mi sono innamorata e che ho lasciato perdere.
Bla, bla, BLA.
Non se ne parla proprio.
Stavo cercando di barare, e sostenere che non c’è nessuno in particolare che dovrei forse ringraziare per tutto questo. Non è vero. Ci sono sicuramente persone che meriterebbero un posto più alto in un’ipotetica gerarchia di non so cosa, mentirei se negassi il contrario – ma una su tutti sono io, anzi siamo Io. Io, il mio Ego e la mia infinita Simpatia. Eheh.
E a parte Io, tutti e tre, ci sono altre persone, altre occasioni, altri casi. Ma gli altri ancora non sono meno importanti, lo saranno un’altra volta. La casualità ha un vantaggio e una bellezza in più: uguale probabilità per tutto di accadere.
Non devo dirvi nulla che abbia charme - e già qui si dovrebbe capire di chi starei per parlare.
In realtà non dovrei dirvi proprio niente, dovrei invitarvi da qualche parte ma non so dove di preciso. Ieri davanti alla birra sociale della domenica sera posticipata in notte ho detto ad Elsa Alessandra e Jessica di venire a qualche concerto, magari, a sentire com’è l’aria in quelle sere. Loro le conosco da quando ero alta un metro e basta, sono le mie compagne delle elementari. E chissà che non ci vengano davvero a sentire chissàchi a gennaio. Ma ognuno la musica se la vive a modo suo, tutto può essere. In ogni caso non sarà un altro ventiseigiugno. Ancheperchè chi quella era venuto al concerto delle pornoriviste e del gruppo prima aveva raccolto solo una frase e l’aveva girata in un senso sbagliato (o forse giusto) adesso mi chiede il disco, di quel gruppo prima. Io non sono qui a giudicare nessuno, dico solo che tutto può essere. E che un concerto senza conoscere nessuno può farti abbandonare tutto, ma anche no.
Rischierei soltanto di essere estremamente noiosa se ancora una volta mi soffermassi qui a dirvi quanto mi piacciono le canzoni dei minnie’s, anche quelle nuove che sono in inglese, e che mi metterò a piegare i digipak dei forest yell ( o gli a forest in the yell) solo perché mi va, non vi dirò un’altra volta di quando avevo perso la testa in quella settimana di tiepido che c’è tra gennaio e febbraio, della mia storia più lunga chiusa per una questione di lealtà, cercando di pareggiare quell’asimmetria, e degli amici del mare e i falò e viaggiare in macchina finchè se ne ha voglia, finchè c’è strada da fare, e la piazzetta dove stare vicini con o senza l’incendio; e del viaggio di agosto per fuggire un po’ e ritrovarmi più di prima, tornare e avere un sorriso per tutti anche quando non sai cosa fare - non sarà il Salento, non sarà Roma, non sarà andare a nuotare e curarsi solo di respirare e nient'altro, non saranno i Pescetti, non sarà ancora una volta quello che non ho mai detto sull’ hardcore e sulla “scena”, non sarà la cena con le palmette, il tè con Lara, andare a trovare Guasco in negozio e fare portineria e schiaffetti correttivi, non è scappare dalla Cattolica e andare in Statale come in un rifugio, non sono le piazze selvagge in orario di lezione, non sono i pomeriggi di convivi matematici a spaccare e integrare, non sono i libri di calvino, non è la letteratura combinatoria, non è festeggiare per un settantaduesimo posto, non è andare in vacanza, non è stare svegli e aspettare che un messaggio ci tenga svegli in due, non è uscire tutte le sere, non è stare in casa a studiare, non è scrivere, non è cantare, non è il giro dell'isolato con Luca, non è andare ai concerti, non è riaccompagnare a casa i tuoi amici, non è stare insieme dodici ore andare al cinema e stare su una panchina mentre milano dorme e raccontarsi fino in fondo, non è perdersi e ritrovarsi domani, non è incontrarsi e volere sempre stare lì, non è innamorarsi ancora una volta o quella volta, non è niente di tutto questo più questo.
Ognuno segue i suoi fili, fa le sue scelte bene e le sue scelte male e continua comunque a pedalare.
Io lo so che qualcosa è cambiato e che è esattamente ciò che è rimasto come sempre. Ne sono certa.
C’è chi legge e viene ferito, c’è chi non legge per non essere ferito, c’è chi cerca sempre il suo nome nascosto tra una parola e l’altra, c’è chi te le fa scrivere, quelle parole, e non le capisce. C’è chi canta con te e chi lo farà più in là. Un po’ più in là.
Tiro le somme di un anno le appallottolo e lancio lontano, e le tengo in tasca insieme a tutto il resto. Questa è una storia che posso raccontare, ma a voce, così posso perdermi meglio nei particolari e perdere e riprendere il filo a seconda della situazione, e contornarla con mimiche, gesti e prossemica. Ed è lì che passeggia, e in un bar che fa angolo e guarda per strada dove la gente passa, in un posto che conosco io, o te, in un posto dove non siamo mai stati, in uno dove dovremmo ma non ci siamo, davanti a un tè, una cioccolata, un caffè o un consimile, che sia del bar di fronte o con troppo zucchero dalla macchinetta che non funziona. O in un locale qualunque, perché alla fine quello che ci diciamo non è niente, ma quello che facciamo.
Questa è l'estate più lunga della mia vita ,
e detto questo, esercito il mio francese:
Au Revoir.
25/12/2004
OH OH OH!
Sono l'ineffabilità materializzata - avrei un sacco pieno di cose da scrivere, e una gelosia complice che mi frena dal farlo.
(E io di natale non volevo saperne niente...)
E muoio in terra dal ridere, perchè mi è arrivato questo messaggio:
"E il Verbo si fece
carne e venne ad
abitare inmezzo a
noi" ..possa questo
lieto annuncio
portare pace e
serenità a te e al
mondo intero!
Buon Natale!
Sempre questo fantastico Andrea, quello dell'anno scorso. Chissà chi cavolo è. Ma soprattutto come fa ad avere il mio numero!
23/12/2004
Auguri al mio papà
Ho bisogno di una stella cadente
e che arrivi in fretta,
prima che siano i miei desideri a spegnersi.
22/12/2004
Il coccodrilletto scende nell’acqua e di pescetti ne vede un gruppetto
Inverno.
Stavolta davvero.
Non dormivo così pesantemente dall’ultima volta di cui mi sono scordata. Sveglietta malefica assolutamente ignorata –ma solo dopo essersi assicurati che non fosse il telefono che suonava- e ri-acquisizione di sensi e facoltà un’ora dopo.
L’ascensore è rotto. Il proposito sarebbe andare a scuola a salutare qui e là, ma visto che il natale mi fa un baffo allora perché andare proprio oggi? Magari per dire “buon anno”. Vabbè.
E poi giri su giri su giri. Non troppo su di giri – troppo freddo. Per la prima volta quest’anno ho freddo. E vabbè, lo accetto solo perché è il solistizio.
E stasera (di nuovo) Birrificio.
Non “burrificio” come suggerisce il correttore maledetto.
Tra parentesi:
(evviva i capelli mossi, abbasso il crespo. Groar)
La domanda della serata è: come faremo a resistere senza la sala da tè aquarius per le feste???
(Guasco, pulisci l’acquario, che i pascetti ti stanno odiando!)
21/12/2004
non farmi perdere il filo
tutto strettamente minuscolo, sia chiaro.
posto solo per il gusto di vedere la data quasi palindroma.
Cambio accordatura, perdo la poesia per avventurarmi nel traffico, mi rifugio all'ottavo piano.
e l'ascensore si blocca con dentro quello del secondo piano. eh eh eh.
e c'è chi torna e chi va.
c'è chi potrebbe andare a quel paese ma resta qua, e chi resta con la speranza di vedere chi torna
e non lo vede - ma continua a immaginare
come dovrebbe essere
è proprio così che dovrebbe essere. e alla fine suona sempre la stessa canzone.
schiodate le emo-chiappe, uscite emo-ltiplicatevi, mannaggia'lclero!
un nick, un perché: chiamami presto per uscire oggi, perchè domani non sarò così bella nè così modesta.
Il mio marito last minute ha chiamato senza leggere, appunto perchè è mio marito. Tanto non usi msn, che lo scrivo a fare?
20/12/2004
la rinomata sala da tè aquarius
Un dì sul “come dire”.
E in questa breve frase si cela la mia cultura in primis scientifica. Mannaggia al clero e a tutti gli umanisti razzisti. Ehehe. Che poi si è tutti razzisti di chiunque altro, un po’ anche di sé stessi. Però se dico “dì” e non “giorno” c’è un perché, ed è squisitamente astronomico.
Adesso che fa buio chi lo sa. Tutto può essere, ma tutto non sarà.
All’approdo caronte a sentire finalmente gli Icaro.
Tremendamente vicino all’acqua.
Ieri a letto “presto”, un’ora e mezza di sonno e sveglia non programmata con voci da settecento chilometri più in là. Più forte di qualsiasi caffeina, quasi difficile da credere vero, e più che un sogno.
Watatatatatà!
19/12/2004
Diciannove di dicembre.
Ovvero: “Italiani Scritti” è aperto a pagina tredici -che poi è la prima- da una mezz’oretta, “Società multietniche e multiculturalismi” aspetta di essere rilegato, “La lingua italiana e i mass media” è opportunamente occultato sotto le fotocopie del precedentemente-citato-libro, il Sabbatucci-Vidotto l’ho ri-posato sullo scaffale alle mie spalle per non averlo ulteriormente sulla coscienza.
Diciannove di dicembre.
Ovvero: qualsiasi scusa è buona per non fare quel che si dovrebbe. Perché “il bello è avere qualcosa da non fare”, non il fare niente incondizionato. Quando anche respirare merita una particolare attenzione, e perdersi in un pugno di foto dura quattro, cinque, dieci giorni – quanti ne ho passati laggiù.
Pizzica.
Ovvero: danzare e non toccarsi mai, lanciarsi sguardi di fuoco e allargare le braccia invitando elegantemente, come trofei alzarle al cielo e muoversi e muoversi e muoversi per far scivolare via il veleno, e girare e girare e girare con il trasporto dei dervisci roteanti, ma con più fuoco che un incendio, giocare e girarsi intorno con spade e veli, bianchi e rossi e gialli, urlarsi parole sussurrate e sfiorarsi appena. Finchè c’è un tamburo che suona, finchè non si cade per terra la mattina.
Diciannove di Dicembre.
Ovvero: un anno fa a quest’ora prendevo la patente.
-è stato un anno fantastico.
:)
17/12/2004
BELVE A PIEDE LIBERO, PANICO IN CITTA'
magari potrei commuovermi. ho dato il mio primo esame all'università. ellallà. Manco mi avessero dato il nobel.
La cosa che conta è averlo fatto con le cuffie. e ogni tanto "il metal nelle orecchie". Volume basso, si capisce, basso abbastanza da non poter sentire quella stronza che masticava la sua cicca al mentolobaciamirospo come la peggiore paninara della storia della fila dietro, e Nicola con le sue domande angoscianti. Se non ho il silentium lunare, allora datemi il rumore. o una manciata di canzoni che conosco bene su cui scivolare fino alla soluzione migliore.
So lucky, so strong, so proud.
Sì ok, lo ammetto, sto cercando di di-vertirmi. Ultimo allenamento di nuoto, follia generalizzata, no ecco grazie in acqua con l'accappatoio solo perchè ho vinto tre pezzi di ferro no, davvero, fa niente. Demenza ai livelli? Sì grazie.
"i kids escono..." e non trovano i regali di natale, o meglio, non li cercano neanche troppo. Thumbs up per il lecca lecca del negozio della Sarettina, e per il gelato al cioccolato al lampone su cui presto mi avventerò. Mannaggia Dyablo che con le sue ideologie non l'ha preso. e io non l0ho potuto assaggiare. Visto che per mangiare era troppo tardi e rischiavo l'annegamento. (anche questo, no grazie)
I minnies sono in tour, ieri hanno suonato nel posto dove io ho compiuto diciotto anni e ho avuto per la prima volta il coraggio (o la sfrontatezza?) di andare da un tipo e attaccare bottone. E che tipo, tra l'altro. Pavimento a scacchi, pareti mai viste. Nel senso che sono troppo belle.
I minnies sono in tour, domani potrebbero essere sotto casa vostra. nascondete le primogenite femmine nell'armadio.
E io muoio di sonno.alè.
ooO.
16/12/2004
Attenzione ai fighetti mannari!
(e domani esame. ommàmma!!!)
intraprendere la via dell'aforismo e dell'essenzialità, per trovare la propria nella semplicità. Vero, Pietro?
14/12/2004
when did life get so, get so complicated?
I can’t remember exactly when this longing began but I know it wasn’t before the
day you touched my hand.
13/12/2004
ROCK!
Qualche ora fa volevo postare questo. Per fortuna non l'ho fatto -prima-.
Perchè certe volte è facile dimenticarsi che il bello e il cattivo tempo siamo noi a farlo. Basta avere il disco giusto in cuffia. E non sono le canzoni che non conosci, sono quelle che sai benissimo e che scoppieresti a cantare nel vagone della metro. E ora io vado là e spacco tutto, e mi porto i rise against. e gli hot water music. E tutti quelli che vogliono venire e che non ci saranno, ma stanno suonando sul trampolino dei dieci metri.
Menti rivoluzionarie grandi come castelli concepiscono folli piani per conquistare sogni corrotti.
L’ho incrociato per poche ore, e mi manda messaggi che ricordano vagamente quelli dell’ X per l’attentata poeticità, un mio per un tema, per l’orario in cui li ricevo altri. Oggi la poesia non è affatto con me, per fare posto ai residui di un maldigolino mordi e fuggi, al terrore per i tuffi (bleah) ma più che altro per gli occhialini che fanno quell’accicavolo che gli pare, alla poca voglia in generale.
Prima di cadere in un post all’amaro esistenziale e alla svogliatezza decadente, mi fermo qua. Semplicemente così così. E oggi sarebbe da piazzarsi in balcone e compiacersi del calore del sole anche se siamo a metà dicembre, ascoltare musica tranquilla di cui non si conoscono le parole per non esserne affezionati e o afflitti, oppure canzoni co quei testi squisitamente neutri che di solito chissenefrega. Tipo i Postal Service. Con il loro sintetizzatore del piripicchio. E poi uscire andarsi a prendere una cioccolata al bar con le finestrone e guardare la gente che passa, o in saletta. A suonare, a sentire suonare, che ne so. Invece devo andare a lezione e poi a fare questa gara di cui mi importa meno di zero. Dalla stanza dei miei genitori arriva una luce fantastica
Gialla e carica. È così che si dovrebbe essere, determinati e compatti come uno squadrone di fotoni. Perché le parole sono armi che molto spesso e volentieri fanno male anche a chi le usa. Alcune volte bisognerebbe semplicemente lasciarle da parte. Ma quanto coraggio ci vuole…Come per camminare in due.
La pianto qui, che oggi non è proprio aria. Sarà acqua, tutt’alpiù.
E forse quei messaggi sono la chiave. Forse.
Utopia è tale solo finchè nessuno ci crede
12/12/2004
Sono nichilista - non faccio proprio niente
assolutamente inutile. un pomeriggio da buttar via. la mattina è stata soleggiata e passata in balcone a prendere il sole-barra-studiare-barra-seguire gli spostamenti dei puliziotti in assetto da sommossa che aspettavano gli ultras del Firenze. Degno di nota soprattutto il coro "berlusconi la tua mamma è una maiala". o era la moglie? Boh vabbè, il concetto è quello, più o meno.Oggi pomeriggio non ho fatto un bel niente, se non cercare di ricostruire la playlist del lettore che ieri ha montato picchetto e cancellato la memoria. Operazione del tutto fallimentare, también. Alè.
Una giusta interruzione ai giorni di socialità selvaggia e magnifica. Quella con cui poi apprezzare ancora di più i momenti di studio di sè.
E ieri tanti giri, tanti passi. Pomeriggio a far merenda, sera a perdersi per trovare posti in cui non entrare -seguendo le voglie del momento: gelato, patatine fritte, casa.
E quando ho distrattamente guardato giù dal bordo ho visto le luci riflesse nell'acqua, e anche se era poca, è stato un sorriso in più. senza chiedersi dove sei, perchè per ogni volta che me lo chiedo, ho imparato la risposta - che tu ci creda o no. Ma soprattutto che io ci creda o no - perchè non è così facile, ma il rischio è il mio mestiere. (e citando l'Ex direi che ho toccato il fondo morale della scrittura!)
no, non è vero. si può fare di peggio.
ci si può iscrivere al mup, per esempio.
10/12/2004
Chicken Rock'n'Roll
Ecco, adesso la luce è perfetta.
E camera mia non mi è mai sembrata così bella.
La musica non ha mai suonato meglio.
Oggi è una giornata stupenda, anche se è solo a metà.
E se sapessi le parole ti canterei quella canzone che da domenica ho fissa nel cuore.
Ok, il bel tempo è uno stato d'animo, ma una giornata di dicembre così aiuta. :)
09/12/2004
Quando si dice singalong
Come dire – Viò, béc(c)at’i stà’mmeèrda!!
Ovviamente devo studiare e ovviamente c’è il sole. Èc-certo. Ma quell’indicativo lì non mi piace proprio. Lo cambio. E quindi:
Ovviamente dovrei studiare e ovviamente c’è il sole!
Così è decisamente meglio, lascia più spazio all’immaginazione. E all’azione. E all’azione immaginata, e all’immaginarsi l’azione. Insomma, ci siamo capiti.
E io saprei benissimo dove andare, ma non è oggi pomeriggio. Ma non è stopomeriggio. Ancheperchè non saprei cosa dire. Unica facoltà incrociare le gambe e poggiare i gomiti sulle ginocchia, magari appoggiarsi a qualche colonnetta sprezzante del pericolo. Corso di laurea in dire tutto e niente ma senza centrare il bersaglio, master in getting lost. Con il conseguimento del dottorato di ricerca forse –forse- potrei riuscire ad appoggiarmi un poco ad altro. Sai come sono fatti i desideri, no? Me l’hai ricordato tu.
Anyway. Volendo cantare, si necessita di sapere i testi. Punto di domanda?
È carino saperli, più carino non saperli e impararli. O farne di propri. E alzare la voce con quelli che si conoscono. Poi ridere a crepapelle (tenendo comunque una mano sul volante) pensando alla faccia di quelli che marciano in senso opposto e vedono che facce facc-io. Senza doversi preoccupare di niente. Fino a dover aprire il finestrino per cambiare aria dopo averla consumata tutta. Tirare fuori tutta la voce che si ha per il pubblico migliore che si possa avere, dalle alture alle pianure passando per la tangenziale. Partendo per la tangente e superandola.
06/12/2004
I was fine before you came
Se il dio della neve vuole, domani tornerò on board. Oh yeah. Se ci penso mi sciolgo, evaporo, risalgo le correnti ascensionali e torno a terra volteggiando insieme agli altri fiocchi di neve. Huit. Cambio aria, almeno per un po'. Per vedermi riflessa nei vetri con uno sfondo diverso, per sentire veramente il fresco, per vedere come si sta più lontani. E per spaccare tutto. Tranne qualche arto, ovviamente.
Ieri sera concerto a Bussero, nuova compagnia in macchina, birra qua e là, concerto ottimo, ritorno liscio. Da Bussero a Cernusco con guida speciale e singalong. Eheheh! Luci soffuse e divanetti, mi ha fatto ricordare un po' di tempo fa. Mancava un pezzo, ma l'atmosfera era di quasi casa. Con quelle canzoni che non conoscevo ma mi sono piaciute proprio tanto. Ed è tutto il giorno che le ascolto. Mentre guadavo gli Obej obej, nell'aula pocket coffe, prima e dopo Aquarius, nottetempo per sogno sui navigli, ma con l'acqua.E Ora nanna, che domani si esporta il RockNRoll!
I am finer now I met you
04/12/2004
E chi ha detto che per cantare bisogna essere intonati?
E a che pro ascoltare canzoni tristi, e a che pro ascoltare canzoni in generale? Da piccola avevo paura del silenzio. Mi drogavo di cassette con le sigle dei cartoni animati fino quasi ad assomigliare a Crostina D’Avena. Poi l’autorità suprema della cugina Ia produsse la cassetta dei Roxette. E la nonna diceva “ma questi non cantano, urlano”…ah, nonna, se urlavano i Roxette, sentissi adesso…Non ho capito se fa finta di non sentire o se semplicemente ormai non ascolta proprio niente, compreso quello che le si dice.
Mother, we just can’t get enough – sempre più in là, un po’ più in là, per poi guardare indietro scartare il superfluo e vedere cosa rimane per davvero. Tenuti al caldo dai nostri bisogni di sicurezza e stabilità, cullati dalla routine e dal languore delle immagini future che ci creiamo per andare avanti – come le carote fatte penzolare davanti agli occhi dei muli.
E se per tre minuti posso dimenticarmi di tutto quanto e tirare fuori la voce e fregarmene del resto, che sia, accidenti. E dimostriamo di aver mandato a puttane tutto quel poco che sapevamo sul diaframma, ye! Finchè c’è quel qualcosa a proposito di te che mi manda sottosopra, posso cercare di materializzare un’anima ammesso che esista – e svuotarmi nel giro di un ritornello, dondolare fino a quello dopo e rifare tutto daccapo.
Survival of the fittest? I don’t think so! Sai, è vero, ci sono alcune cose che ti vengono messe lì davanti et sic est, ma non tutto, non tutto. Ed fuori dai margini biologici deterministici, si tratta di scelte. Scegliere di essere di buon umore, scegliersi una via per il momento, scegliere di stare zitti, scegliere di darsi voce, scegliere di fare il bel tempo e scegliere un posto piuttosto che un altro, scegliere di stare qui e non lì, con te o con chi altro – bisogna scegliere quale canzone cantare.
E prima di tutto cantare per sé stessi. Gli altri seguiranno.
E se decido di cantare la tua canzone è perché non lo so. È perché mi piace anche se non so cosa significano le parole.
I’ll never make that mistake again, i’ll never make that mistake again – lo dico sempre, ma torno sempre sui miei passi e mai più, soprattutto alle cinque del mattino.
Perché forse è vero che chi sa perfettamente quale sia il suo ruolo sia finito. O perlomeno noioso. E la timidezza ti può impedire di dire fare e baciare tutte le cose che vorresti, e oggi dichiareresti che la vita sta semplicemente prendendo e non dando indietro niente – dicono che riceviamo solo quello che diamo, un sufi mi ha detto che tutto quello che regaliamo sarà nostro per sempre, e quello che teniamo per noi inevitabilmente perso. Mi hai detto che dovremmo andarcene da qualche parte a reclamare la nostra parte, a me non importa proprio dove, con i guanti o con le mani in tasca sarebbe uguale stare in un locale anche qualunque, dove c’è gente e c’è della buona musica, in macchina a materializzare silenzi fatti di milioni di parole tentando di dire qualcosa che abbia charme ma che inevitabilmente non ne avrà, perdendo tutto il resto in un “io giro qui”, non importerebbe niente perché tutto dipende da quanto stiamo vicini, lontani e mai distanti? ma non stiamo andando da nessuna parte, e nemmeno velocemente. Io mi sento scivolare via con i frammenti di me. Ancora noi qui, senza parole…E non riesco ad immaginare nessun esplosivo che possa sostituire l’amore… na na na…prima di tutto scrivo me, poi te, poi tutto il resto. Poi non faccio niente di tutto questo, perchè se non ho risposte non riesco a regolarmi. "My shoes and my feedback, please". E la prossima volta sarà uguale a quella prima, non riuscirò a dire niente di tutto quello che dovrei. Tanto per usare il condizionale che è sempre stato il modo più simpatico. È il mio turno di brillare, stavolta - e al freddo le stelle sembrano ancora più luminose, ed è più facile avere intenzioni ferme.
Ma che aggiornamento demmèrd… vabbè. Questo ponte che poi non è ponte per un cavolo mi sta già sui nervi. Vedo la stasi avvelenare tutto. Bè, anche l’acido solforico fa male, però un’adeguata soluzione in acqua può anche essere dissetante. Impegno, impegno, progetti e impegno, ecco come dovrebbe essere. All’incontrario? Impegno e progetti, impegno, impegno. Ongepmi ,ongepmi ,ittegorp e ongepmI ?oirartnocni’llA . All’incontrario? È il modo giusto. Di tanto in tanto.
Appuntamento davanti a quel che rimane di Virgin, all'ora del tè, con la Rè.
E chi ha detto che per cantare bisogna essere intonati?
(aspetto l'ispirazione per il resto)
02/12/2004
AM * AI 721
E così mi sono giocata il post del primo dicembre.Pace. Forse forse perchè sulle diciannove ore di veglia, ne ho passate a casa quattro. Ma forse.
Ieri sarei stata indecisa se scrivere qualcosa che c'entrasse velatamente con la giornata o qualcosa a proposito della giornata. Oggi penso che farò entrambe le cose, ma non adesso.
Intanto, ieri ho visto la targa più stupenda del mondo. (e qualcuno si è rifiutato di guardarla. fatti tuoi!)